Dalla saggistica universitaria alle riedizioni critiche di testi antichi, passando per la narrativa italiana contemporanea, la casa editrice Pendragon di Bologna in 13 anni di attività ha costruito un catalogo di circa 700 titoli. Antonio Bagnoli, fondatore e direttore editoriale, ci racconta il suo lavoro, che descrive come quello di un artigiano, per l’attenzione meticolosa che dedica ad ogni singola pubblicazione.

Qual è la linea editoriale di Pendragon?
Nel panorama italiano siamo un po’ particolari, perché qui in Italia per le piccole case editrici c’è la tendenza alla specializzazione. Da questo punto di vista siamo più vicini alle case editrici anglosassoni, che in catalogo hanno di tutto, dai saggi alla narrativa ai manuali di giardinaggio. Oggi abbiamo circa 700 titoli in catalogo, dalla riedizione dell’Intercenales di Leon Battista Alberti in edizione critica, che è un libro che forse nessun editore avrebbe mai pensato di fare, e a fianco di quello il volume di vignette di Davide Celli sul consiglio comunale bolognese. Non lasciamo quasi nulla di scoperto, a muoverci è soprattutto la curiosità.
Pendragon è più una piccola o una media casa editrice?
Noi siamo medi come catalogo e piccoli come fatturato… facciamo tra le 70 e le 100 novità in un anno, quindi dal punto di vista della produzione siamo considerati una media casa editrice. Il fatturato non è conseguente, ma noi non perdiamo la speranza che ciò accada.
Quali sono le motivazioni che fanno nascere una piccola casa editrice?
Le motivazioni sono sempre molto personali, nel mio caso è una motivazione di tipo familiare. Ho sempre vissuto a contatto con i libri, mio zio è un famoso libraio, poeta e intellettuale bolognese (Roberto Roversi, ndr), e personalmente ho sempre amato leggere. Però non ho mai pensato di studiare le “lettere”: ho studiato scienze economiche, avendo sempre avuto più una mentalità matematica. La scelta di questi studi mi ha agevolato nel momento in cui ho deciso di affrontare il mondo del libro come editore.
Qual è il tipo di pubblicazione che dà più soddisfazione?
Da un lato c’è la soddisfazione del titolo che funziona, ed è più il caso della narrativa, che quando funziona fa veramente fare il salto alla casa editrice. Poi ci sono le soddisfazioni più individuali: tenere tra le mani un libro particolarmente ben riuscito, anche se magari vende poco. A questo tipo di soddisfazione io tengo veramente molto, lo sanno bene i miei collaboratori. Mi ritengo un artigiano, controllo tutti i particolari di ogni pubblicazione. E ancora oggi, dopo quindici anni, l’emozione di veder arrivare l’ultimo libro stampato è veramente enorme.
Quanti manoscritti vi arrivano in un anno, e quanti in media arrivano alla pubblicazione?
Noi riceviamo più di 700 manoscritti all’anno, nonostante nel sito web abbiamo scritto di non mandarli perché non siamo in grado di valutarli in questo momento. Comunque io non valuto come una cosa negativa la quantità di libri che arrivano, finché la gente scrive vuol dire comunque che la scrittura è necessaria e quindi anche la lettura. Ciò che stupisce invece è la qualità di questi scritti che è spesso molto bassa, il che indica che molti di quelli che scrivono non sono dei lettori.
Avete problemi di distribuzione e visibilità nelle librerie, fuori da Bologna che è la vostra città?
Sì, come tutti gli editori delle nostre dimensioni abbiamo forti problemi di distribuzione. Purtroppo la produzione è troppo alta, il mercato italiano propone 30mila nuovi titoli all’anno: da soli riempirebbero una libreria di grandi dimensioni. E’ evidente che non c’è spazio per dare adeguata visibilità a tutti. Noi promuoviamo il libro nel territorio di riferimento dell’autore, e con le librerie che ci conoscono. Internet ci dà una grossa mano con la vendita diretta.
Ci sono autori che, pur di pubblicare, pagano di tasca propria le spese all’editore. Lei cosa ne pensa?
Io non credo che il problema sia il pagamento o meno. Il problema è la qualità dello scritto. Pasolini pubblicò le sue prime poesie pagando, Montale pagò per la pubblicazione di Ossi di seppia… Bisogna tener conto del fatto che un libro pareggia i suoi costi di pura stampa (esclusi quindi i costi editoriali) quando vende tra le 500 e le 700 copie in libreria. Su 700 libri da noi pubblicati, forse la metà sono arrivati a vendere questa quantità. Quindi o l’editore è un mecenate, oppure deve trovare delle altre risorse per poter pubblicare. Il discrimine è solo la qualità. Se un libro è un buon libro, a mio parere non c’è niente di male a cercare un contributo economico che gli dia una possibilità in più per essere pubblicato.


