Salvatore Niffoi è uno dei casi letterari del 2006. Entrato nelle classifiche dei libri più venduti in Italia con due romanzi, “La leggenda di Redenta Tiria” e “La vedova scalza” editi da Adelphi, racconta vicende e personaggi della sua Sardegna, utilizzando la lingua sarda come elemento necessario alla narrazione.
Salvatore Niffoi, per anni ha pubblicato con un piccolo editore locale, poi quest'anno il successo nazionale, grazie all'editore Adelphi. La lingua che lei usa è un italiano fortemente contaminato dal sardo, un dialetto che, diversamente da altri (penso al siciliano, o al napoletano) non è familiare alla maggior parte degli italiani. Non pensa che questa scelta possa allontanare buona parte di potenziali lettori?
Io tengo molto a questo aspetto della lingua. C’è stata anche una polemica recente tra Tullio de Mauro e Edoardo Sanguineti a riguardo. Sanguineti ha definito l’uso dei dialetti reazionario, mentre De Mauro ha affermato che è una questione di democrazia: non si può impedire l’uso dei dialetti, uniformare ad un italiano ideale che in realtà non esiste. Provino a farlo con i napoletani, se ci riescono… Poi non si tratta semplicemente di dialetti, ma di quelle che io amo definire “lingue locali”, che sono declinazioni dell’italiano, fatte di sintassi specifiche, dell’utilizzo di alcuni termini e non altri, di frasi fatte… E’ un tema che mi interessa al punto che insieme ai miei ragazzi (Niffoi è insegnante, ndr) ho fatto una ricerca antropologica, sul campo. Abbiamo visto per esempio che la lingua sarda è fatta di poche parole, tremila lemmi al massimo, ma è talmente potente che con una parola puoi esprimere un concetto per cui in italiano ne servono tre o quattro. E il sardo è la lingua che i miei personaggi parlano perché non ne conoscono un’altra, e anche perché le antiche immortali verità, come le chiamo io – amore, vendetta, onore, odio, pietà, compassione, sacrificio - si lasciano raccontare, in questa terra, solo in questa lingua. Aggiungo che io non ho mai scritto per acchiappare tutti i lettori, non mi interessa. Mi interessano i lettori con i neuroni. Nei miei libri ci sono due registri, uno è quello quotidiano, la lingua che uso tutti i giorni, con gli amici, e l’altro è il registro più poetico, quello che deriva dalle mie letture, perché per scrivere bisogna soprattutto leggere, leggere tanto. Il mio intento quando scrivo è quello di lasciare un’impronta pesante del mio passaggio su questa terra, perché penso che tutti noi abbiamo il dovere morale di farlo, lo dico sempre anche ai miei figli e ai miei studenti.
Lei vive in un piccolo paese dell’entroterra sardo, lontanissimo dai centri di attività culturale. Altri scrittori, pur scrivendo sulla propria terra, abitano altrove, penso a Camilleri che vive a Roma, a Fois, che vive a Bologna. E’ essenziale secondo lei vivere nei luoghi di cui si scrive?
Dalla mia finestra vedo l’infinito, come Leopardi a Recanati. Questa collina, il verde… mi manca solo il mare, ma quando mi affaccio sento uccellini, cavalli, asini, altri animali… insomma io penso che sia possibile raccontare di un luogo abitando lontano: Dante scriveva dall’esilio, così come Foscolo. Ma io mi definisco un checoviano: scrivo quello che vedo, e il materiale qui non mi manca. Perché noi sardi siamo degli ossimori viventi, ti diamo tutto o non ti diamo niente. E in questa terra il mestiere di vivere è difficile, si vive male. Infatti scrivendo io lavoro più per togliere che per aggiungere. E comunque io non riesco a scrivere se non qui. Fuori posso prendere appunti, raccogliere suggestioni, ma scrivere no, per scrivere devo essere qui. Soffro di quello che Thomas Bernhard chiama "il complesso delle origini", e sono felice in questa Barbagia, in questa terra magica e maledetta.
“La vedova scalza” è narrato in prima persona da Mintonia, un personaggio femminile dalla fortissima personalità, che affronta la vita con curiosità e grande passione. E’ un omaggio alle donne, e alle donne sarde in particolare?
Mintonia è un personaggio deleddiano (è una mia battaglia quella di non far dimenticare la nostra grande Grazia Deledda). E' un personaggio molto femminile, poco femminista in senso moderno, perché è un personaggio che ama poco mostrare, e poco dire, ma fa le cose che gli uomini non hanno il coraggio di fare. Da qui la scelta della balentìa, di quel gesto finale. La grande passione che la lega a quest'uomo è un amore vissuto come un ideale, per poi scoprire piano piano che l’amore ideale non si realzza mai. La femminilità di Mintonia è quella del matriarcato sardo, è quella di mia madre, di mia nonna, donne che erano l'architrave della società. Ma c’è qualcosa in più in Mintonia, quello che la aiuterà a salvarsi. Sono le letture, l'incontro con questo anarchico che le fa scoprire i libri. A lei accade qualcosa che in Sardegna negli anni trenta non era certo comune, e che le dà una grande opportunità, una possibilità in più, quella di vivere, leggendo, tante altre vite oltre la propria.


