Il piccolo editore? lo fai per passione

L’Italia, si sa, è un paese in cui si legge poco. Un mercato editoriale non facile, dunque, per chi ama talmente i libri e la lettura da decidere di fare l’editore. Ne abbiamo parlato con Giorgio Pozzi, che ha creato e gestisce Fernandel, piccola ma molto interessante casa editrice, interessata alla narrativa italiana contemporanea, con un occhio di riguardo verso gli autori esordienti.

Fernandel è una piccola casa editrice di Ravenna. Ha iniziato la sua attività nel 1997, occupandosi di narrativa italiana, soprattutto di esordienti. Si è costruita la fama di talent scout, avendo pubblicato il primo libro di alcuni autori che oggi sono scrittori di successo, come Paolo Nori, Gianluca Morozzi, Grazia Verasani, Francesca Mazzuccato. Giorgio Pozzi è il fondatore e direttore.

Qual è la linea editoriale di Fernandel?
La nostra attenzione è sempre stata dedicata alla narrativa italiana, e soprattutto agli autori esordienti. Ci interessa una scrittura che nasce dell’autobiografia per diventare analisi e critica del nostro tempo, o di una generazione. Una narrativa che sia uno sguardo sul mondo. Negli ultimi anni, con molta prudenza, abbiamo allargato il nostro campo di attività, con una collana di graphic novel, cioè romanzi illustrati (più che fumetti) di autori stranieri.

Quali sono le motivazioni che fanno nascere una piccola casa editrice, e quali le strategie per sopravvivere?
La motivazione principale è sicuramente la passione. Però, per poter fare questo lavoro con pochi mezzi, partendo dal basso, bisogna essere molto prudenti dal punto di vista economico, e allo stesso tempo bisogna fidelizzare i lettori. Perché è vero che in Italia si legge poco, però c’è uno zoccolo duro di persone che leggono molto, lettori motivati, curiosi, appassionati, che si spostano per andare alle presentazioni dei libri, ai dibattiti, partecipano a forum on line. Bisogna riuscire ad intercettare e poi fidelizzare questi lettori.

In che modo?
Le presentazioni funzionano molto bene. Nel caso di un autore già noto, è sufficiente promuovere l’autore. Nel caso degli esordienti, invece, bisogna trovare la chiave giusta, puntare sul tema del libro, per esempio. Perciò è molto importante che l’autore sia disponibile ad andare in giro a promuovere il libro. Per un esordiente è fondamentale. Altrimenti il libro rischia di non avere nessuna visibilità. E per una casa editrice come la nostra, un esordiente è un investimento a lungo termine, perché con il primo libro si sa che probabilmente ci si perde, ma se si lavora bene, con il secondo si comincia a guadagnare qualcosa.
 
Però, quando un autore ha successo, spesso emigra verso le grandi case editrici. Per voi è una soddisfazione o un dispiacere?
E’ inevitabile che ciò accada. Perché le grandi case editrici possono offrire cose che noi non possiamo permetterci, non solo in termini economici, ma anche di visibilità. Se un autore va via per sempre, certo è una perdita importante, perché quando l’autore ha successo, lui diventa quello che può dare qualcosa a noi. Per esempio, tornare a pubblicare con noi. E questo, per fortuna, in molti casi succede.

Vi arrivano molti manoscritti in un anno? E di questi, quanti in media arrivano alla pubblicazione?
Ci arrivano moltissimi manoscritti, circa 700 all’anno. Abbiamo un comitato di lettori, che legge tutto il materiale che corrisponde alla nostra linea editoriale (il restante viene scartato a priori). Poi, alla fine di tutto questo lavoro, riusciamo a pubblicare in media due esordienti all’anno.

Avete problemi di distribuzione e visibilità nelle librerie, tra i best sellers e i libri delle grandi case editrici?
La visibilità in libreria si conquista con il tempo, se si lavora bene. E’ indispensabile avere uno spazio dedicato alla casa editrice nello scaffale. Noi in molte librerie, oggi, l’abbiamo. Mi è anche capitato di vedere qualche nostro libro esposto tra le novità. Questo è molto importante. Vuol dire che nella percezione del libraio siamo una casa editrice che vende, che quindi vale la pena promuoverci.

Ci sono autori che, pur di pubblicare, pagano di tasca propria le spese all’editore. Lei cosa ne pensa?
Noi non pubblichiamo libri pagati dall’autore, crediamo che sia giusto assumerci il rischio di impresa. Credo anche che nel momento in cui la decisione di pubblicare o meno un autore o un testo sia determinata solo dal fatto che l’autore paga, alla fine è la casa editrice a perderci, perché non riuscirà a costruire un catalogo interessante, ad acquisire credibilità, e di conseguenza l’azienda non cresce.

Lina Sini
09/10/2006

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