Inesperienza, la nuova materia dello scrittore


I mass media hanno invaso la nostra mentre, colonizzando il nostro immaginario. Gli scrittori delle ultime generazioni sono cresciuti, come tutti noi, con la televisione. Come cambia il loro racconto? La società dello spettacolo influenza il testo letterario contemporaneo? Su queste interessanti questioni Antonio Scurati, scrittore con due romanzi all’attivo, e docente di tecniche del linguaggio radio-televisivo, ha scritto le sue riflessioni nel saggio La letteratura dell'inesperienza – scrivere romanzi al tempo della televisione edito da Bompiani.

Cosa intende con il termine “inesperienza”?
Io chiamo “inesperienza” la nuova forma assunta dall’esperienza nelle società occidentali a capitalismo avanzato, dette anche “società dello spettacolo”. Non intendo affermare che non esiste più alcuna esperienza, ma che oggi la trama delle nostre vite è sempre più tessuta con fili di esperienze mediate, con uno scarto qualitativo e quantitativo rispetto al passato. Una volta la trama dell’esistenza si componeva in parte di esperienze vissute sulla propria pelle, in parte di esperienze mediate da strumenti, come la voce di un narratore orale o i libri. Oggi invece la parte di esperienze mediate che entra a far parte della nostra vita è sempre più ampia; e per lo più proviene dalla televisione. Noi dunque viviamo sempre più le nostre vite da “spettatori”.

Cosa comporta questo mutamento per uno scrittore che vive nel nostro tempo?
Oggi la materia da cui lo scrittore attinge viene più dall’immaginario collettivo che non dal vissuto in prima persona (o dalla finzione, che è cosa diversa): essendo la vita dello scrittore, come quella di ogni altra persona, sempre più intessuta di esperienze mediate, ciò che lui racconterà di essa proviene da quelle mediazioni, anche come materia. Gli scrittori della mia generazione, che sono i primi ad essere cresciuti con la televisione, raccontano anche il proprio quotidiano attingendo il materiale, e spesso anche le forme, dalle mediazioni (televisive, cinematografiche o provenienti da altri media). Si tratta di una condizione, ci stiamo dentro. Io stesso quando ho scritto “Il sopravvissuto”, per raccontare il disastro della scuola italiana di oggi, una mia esperienza dolorosa, ho attinto in parte al mio vissuto di insegnante in un liceo dell’Italia di oggi, in parte ad un'altra fonte (che alla fine rende il libro significativo), che proviene dall’immaginario collettivo: la strage in una scuola. Un evento lontanissimo dal mio vissuto diretto e anche dal nostro contesto culturale, ma che riecheggia nell’immaginario mediatico di tutti noi, che scriviamo e leggiamo qui oggi.

E dire che abbiamo la sensazione di avere accesso ad una quantità incredibile di informazioni…
Ma non si tratta di informazioni, si tratta di immagini. Non bisogna sbagliarsi su questo. Immagini che, soprattutto quando rientrano nel genere televisivo di informazione diventano un’arma, che uccide la coscienza critica. Mi spiego: ogni mezzo di informazione ha una sua specificità. Il prevalere della comunicazione televisiva secondo me segna un passaggio, uno scarto rispetto al passato, perché la televisione ha questa ambiguità costitutiva, questa pretesa di realismo assoluto nell’immagine in diretta, che ti dice “io sono il mondo”, o “io sono la vita, la vita vera”. Questo realismo, questo autenticismo, è la suprema ideologia della comunicazione televisiva, ed è profondamente ambigua e perversa, perché mentre ti dice “io sono la vita vera”, mentre dissimula il proprio carattere artificiale, il proprio statuto di segno, ti sta propinando il più grande degli inganni, crea una condizione perversa nello spettatore. Perché è il trionfo dell’oscenità: se quello che ci mostra la televisione fosse la vita vera, noi non potremmo guardarla, dovremmo distogliere lo sguardo, perché sarebbe insopportabile. Ben altra cosa è la vera finzione. Per esempio il cinema, che si dichiara finto e che attraverso la finzione vuole raccontarti la verità della vita. Io credo assolutamente nella pura fiction, cioè nella finzione: è secondo me la cosa più alta e nobile che il linguaggio possa produrre. Invece la televisione crea un regime, che io chiamo fictual, in cui, soprattutto quando fa spettacolo dell’informazione, la distinzione tra reale e fittizio non solo è impossibile, perché può essere infinitamente manipolata, ma addirittura è irrilevante. Si crea una nuova condizione, una nuova cultura visuale nello spettatore, per cui la distinzione tra reale è fittizio non è più pertinente. E quella è esattamente l’inesperienza.

Tornando alla letteratura e mettendoci dal punto di vista dei lettori, c’è un effetto di questo cambiamento nel raccontare degli scrittori delle ultime generazioni, sui lettori? Nel libro fa l’esempio del Codice da Vinci, che si dichiara pura finzione, ma poi impernia tutta la storia su affermazioni che mettono in dubbio la veridicità di molti dogmi alla base della religione cattolica. E tuttavia, lei nota, non succede niente.
Questo è appunto il fictual, amalgama di verità e finzione, per cui nessuna distinzione è pertinente, e l’atteggiamento che si chiede al lettore (o allo spettatore di questo tipo di show), è la totale passività cognitiva, indifferenza emotiva, e inazione politica, che è una posizione assolutamente comoda e confortante, e per questo vende milioni di copie. E’ un leggero solletico delle papille intellettive o emotive, che poi finisce lì.

La conseguenza qual è? Le persone diventano incapaci di affrontare i testi letterari di epoche precedenti, scritti quando il racconto ancora attingeva all’esperienza vissuta?
Certamente. Io penso che ciò che affermano gli apologeti di queste scritture da mass market, cioè che dovremo essere contenti perché “Il Codice da Vinci” porta il libreria persone che abitualmente non leggono, è profondamente falso: questo dimostra casomai che “Il codice da Vinci” non è un libro. E’ il trionfo del fictual. Ha un effetto, se vogliamo, consolatorio e passivizzante. Così succede anche nel caso dei romanzi che raccontano, attraverso finzioni esplicite, gli aspetti più sanguinosi della realtà: per noi è in qualche modo un rimedio al tedio delle nostre vite, che sono sicure quanto non lo sono mai state, e dunque attraverso lo spettacolo della violenza abbiamo un sussulto vitale. Però, da un altro punto di vista il fenomeno diventa interessante: se si osserva la piega che ultimamente ha preso la letteratura di genere in Italia, vi è una sua pretesa più alta, che è quella di mettersi all’incrocio tra un registro di finzione, e uno invece di documentazione. Anche questo rientra nel caso del fictual, ed è anche il motivo per cui vende molto. Si tratta di un fenomeno che ha delle grandi ambiguità, talvolta delle perversioni, che si manifestano nella forma di quello che io chiamo fictual. Ma può assumere un grande valore, soprattutto nel caso di questi testi, che stanno a cavallo tra un registro realistico-documentale e un registro funzionale.

Lina Sini

Antonio Scurati è nato a Napoli nel 1969, ha studiato a Parigi e negli Stati Uniti. Insegna Sociologia della comunicazione presso l'Università di Bergamo, dove è tra i membri del Gruppo di ricerca sui linguaggi della guerra e della violenza. Su questi argomenti ha pubblicato, tra l'altro, "Televisioni di guerra" (Ombre Corte, 2003), "Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale" (Donzelli, 2003) e il romanzo "Il rumore sordo della battaglia" (Mondadori, 2002; Premio Chianciano, Premio Fregene, Premio Selezione Rhegium Julii Opera Prima, Premio Edoardo Khilgren). Per l'editore Bompiani è appena apparso il romanzo "Il sopravvissuto". È direttore del settore Formazione del Festival di Ravello.

05/03/2007

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